Con i blog non si guadagna, parola di (Fake) Steve Jobs

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Sognate di diventare ricchi con un blog? E magari certi lunedì mattina in cui il cielo è grigio e il collega della scrivania affianco particolarmente fastidioso, siete addirittura tentati dall’idea di abbandonare il lavoro per dedicarvi a tempo pieno al vostro diario personale su Internet? Forse è meglio che prima di prendere la fatidica decisione, ci pensiate due volte. Perché, a sentire Dan Lyons, con i blog ci si diverte molto e può anche capitare di diventare famosi. Ma i soldi veri, quelli vagheggiati e promessi agli albori della blogosfera, è molto difficile che arrivino.

Lyons ha il curriculum giusto per poterlo dire. Tra il 2006 e il 2008, in Rete sono stati in molti a conoscerlo e leggerlo. Solo che all’epoca usava un altro nome: Steve Jobs. O meglio, “Fake” Steve Jobs. Nel ruolo di finto boss della Apple, Lyons scriveva commenti sul mondo di Internet, dell’information technology, dell’industria informatica. Riflessioni argute e satiriche, rese ancora più efficaci e affascinanti dal mistero che fino all’estate del 2007 aveva avvolto il suo pseudonimo. Lo stesso Steve Jobs (quello vero) commentò pubblicamente il blog del suo imitatore, ammettendo di “aver letto alcuni articoli e averli trovati divertenti”.

Da qualche mese, quel blog ha chiuso i battenti (“per rispetto nei confronti del vero Steve e delle sue condizioni salute”), ma Lyons ne ha aperti altri due, uno personale e uno su Newsweek. Ed è proprio sulle pagine online del mensile americano che sabato ha pubblicato un lungo post in cui svela alcuni aspetti e dati della sua esperienza di blogger. E in cui spiega che forse è meglio dimenticare l’idea di fare soldi in quel modo.

“Per due anni sono stato ossessionato dall’idea di trasformare un blog in business”, esordisce Lyons. “Ho scritto 10 o 20 messaggi al giorno: scrivevo dai taxi, con il Blackberry; scrivevo nel mezzo della notte, appena mi veniva un’idea. Giustificavo questo folle comportamento ripetendomi che alla fine dell’arcobaleno avrei trovato una pentola piena d’oro”. Un’illusione che ha iniziato a svanire nell’agosto del 2007, quando il reporter del New York Times Brad Stone ha scoperto e rivelato al mondo la sua vera identitá.

Il giorno stesso in cui esce l’articolo sul New York Times, il blog di Fake Steve Jobs tocca il suo record di contatti: più di cinquecentomila. Nell’arco dell’intero mese i visitatori varcano la soglia del milione o mezzo. Eppure gli introiti pubblicitari raccolti tramite gli annunci di Google AdSense non trasformano Lyons in milionario. “In quel mese ho guadagnato lo strabiliante totale di 1039,81 dollari. Poco tempo dopo ho raggiunto un accordo pubblicitario che mi ha garantito cifre superiori, tuttavia mai sufficienti a permettermi di abbandonare il mio lavoro normale”.

Dopo aver raccontato la sua storia, Lyons passa in rassegna altri segnali provenienti dal mondo americano dei blog. Segnali che sembrano confermare la sua opinione: dai licenziamenti in corso a Valleywag, uno dei blog più visibili della Silicon Valley, proprietá del newtork Gawker Media, alla fatica con cui Michael Arrington sta trovando un acquirente per il suo popolarissimo Tech Crunch (6 milioni di lettori al mese). Secondo Lyons, è da un anno che Arrington cerca di venderlo per una cifra intorno ai cento milioni di dollari.

Altri indicatori sembrano andare nella direzione opposta: ci sono blog che sono “piccole miniere d’oro”, generando quantitá di introiti pari o addirittura superiori al milione di dollari all’anno (soprattutto nel caso di blog collettivi, curati da più autori, sempre più simili a veri giornali). Nel 2008, tuttavia, secondo eMarketer l’intera spesa pubblicitaria per i blog negli Stati Uniti è stata di 411 milioni di dollari. Una cifra che – suddivisa per i milioni di blogger – non solo non può garantire ville e macchine di lusso, ma neanche un normale stipendio da impiegato.

Rimane un aspetto che Lyons lascia in secondo piano: quello dei guadagni indiretti. Un po’ come la rock band che non riesce a vendere musica su Internet ma può monetizzare la sua popolaritá online conquistando nuovi fans e attirandoli ai concerti, così il blogger può trasformare la sua attivitá online nello strumento per ottenere nuove opportunitá di lavoro: articoli, conferenze, consulenze, anche assunzioni. Lo stesso Lyons, ex-giornalista di Forbes, ha presumibilmente ottenuto anche dei benefici professionali dai due anni trascorsi indossando i panni del falso Steve Jobs su Internet. Un suo articolo oggi ha di certo una visibilitá maggiore che tre anni fa.

In Italia, negli scorsi mesi abbiamo avuto il caso del giovanissimo Salvatore Aranzulla, il curatore di un blog su computer e informatica, che ha attirato le attenzioni e un contratto dal portale Virgilio. Qualche opportunitá, insomma, con i blog ce la si può anche costruire. Forse però è meglio dimenticare l’idea del blogger in pigiama, che fa i milioni seduto nella sua cameretta davanti al computer. “Fidatevi di chi ha sognato il sogno”, conclude Lyons, “vorrei che fosse vero, ma assomiglia a un’altra favola di Internet”.

Fonte: La stampa.it

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One Comment on “Con i blog non si guadagna, parola di (Fake) Steve Jobs”

  • Mamo wrote on 12 febbraio, 2009, 2:57

    E’ il mio primo post qui, complimenti per il sito.:)
    Sinceramente non so a quanto ammonti lo stipendio mensile del signor Lyons ma so per certo di bloggers che guadagnano soltanto di pubblicità intorno ai 35/40 mila euro/annui. Del resto non mi spiegherei come potrebbero reggere siti come il giornale.it, la repubblica.it, ansa.it ecc, ecc, senza la pubblicità di google. Se non guadagnassero nulla non avrebbe senso metterla non vi pare?

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